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La Custode delle storie: pensieri e parole intorno ai libri e alla buona Letteratura

Questo spazio è una finestra sui miei pensieri intorno alla Letteratura per l'infanzia e l'adolescenza e vuole essere un luogo di libera riflessione rispetto a tutto ciò che riguarda l'editoria per l'infanzia contemporanea e la promozione della lettura e della Letteratura... comprese luci e ombre.
Augurandomi che sia per voi interessante intrecciare i vostri pensieri con i miei, vi auguro buona lettura...

Martino ha fiutato una storia…

La maestria di Maria Gripe fa di questo romanzo un piccolo capolavoro di tensione, continuamente in bilico tra il buio e la luce. 

Caro lettore e cara lettrice,

oggi Martino ha fiutato un romanzo straordinario che viene dal Nord.

Si tratta di:

Siamo al cospetto di una scrittrice svedese che nel 1972 vinse il Premio Astrid Lindgren e nel 1974 l’Hans Christian Andersen. Già questo potrebbe bastare a rendere la portata della sua penna.

Maja Stina Walter si firma Maria Gripe dopo il matrimonio con Harald Gripe, pittore e scenografo, che presterà il suo pennello per illustrare tutti i suoi libri.

In Svezia è considerata, insieme ad Astrid Lindgren una delle autrici più importanti della nazione.

Il Romanzo di Maria Gripe arriva in Italia nel 1988 grazie alla Casa editrice Mondadori, nella Collana Libri per ragazzi.

Poi, come spesso accade, esce dal catalogo e solo nel 2018 (30 anni dopo!) tornerà sugli scaffali italiani, grazie al meraviglioso lavoro della Casa editrice Iperborea che, con il suo chiaro progetto editoriale, si prefigge di portare in Italia i migliori scrittori nordici.

Questo è un romanzo che tiene dentro tantissimo l’occhio del perturbante, sia come soglia che come specchio.

Non solo, qui abbiamo una scrittura capace, in modo davvero profondo, di portarci attraverso la forma letteraria meravigliosa di Maria Gripe, una visione, uno spaccato dell’animo umano che ha tutte le sfumature e tutte le profondità con cui merita di essere visto.

Scrive Alessia Napolitano:

“Ne I figli del mastro vetraio ritroviamo un romanzo che riesce ad assorbire in modo mirabile le inquietudini della fiaba senza scadere in una banalizzazione della trama.
Molti sono gli autori che hanno fallito maneggiando la tradizione popolare del racconto di magia, ma Maria Gripe dimostra qui una padronanza assoluta dell’intreccio e un equilibrio che non consente mai al lettore di cadere nel “dejà lu” (il già letto) per dirla con Sartre. Una caratteristica importante questa per un romanzo, ma meno pregnante nella fiaba, dove paradossalmente la prevedibilità degli eventi aumenta il pathos della storia.

I figli del mastro vetraio è una lettura trasversale capace di affascinare anche il lettore adulto, trascinandolo con sé in una trama che prevede diversi livelli di profondità. Un romanzo scuro, dal cuore di tenebra che, come nella migliore tradizione fiabesca, non risolve tutti i suoi enigmi al sorgere del sole. Il viaggio dell’eroe si compie su più piani: il vetraio, sua moglie, i suoi figli, la strega, l’orchessa, il sovrano, la regina, perfino il corvo, tutti si trovano costretti ad attraversare il bosco.
Un bosco di desideri, di sogni infranti, di ombre perdute. Il tema dell’ombra non è centrale solo in questo romanzo, ma in tutta la scrittura di Maria Gripe, caratterizzata da elementi soprannaturali e mistici.

Il tema del doppio, del riflesso e dello specchio sono qui elevati alla massima potenza. La fiaba viene intrecciata con elementi di realismo psicologico senza per questo perdere il suo mistero e la capacità di dire senza spiegare, di accendere visioni per poi andare subito oltre (pensate a Vassilissa e alle tre paia di mani: lei non chiede e questo deve bastare anche a chi ascolta).
E’ nota l’influenza che scrittori come Edgar Allan Poe, Charlotte ed Emily Bronte e Carl Jonas Almquist ebbero sui romanzi di esordio di Maria Gripe, ma ne I figli del mastro vetraio, la scrittura si fa più matura e la tensione verso l’oscurità, pur restando molto evidente, si inserisce perfettamente all’interno della storia senza mai scadere in un espediente fine a se stesso.

Sapendo quanto la fiaba poco tolleri le digressioni psicologiche, Maria Gripe dipinge scene forti senza cedere alla tentazione di una spiegazione (quando i figli del vetraio si guardano nello specchio e non riescono a scorgersi, Maria Gripe non aggiunge altro, sarà il lettore a trarre le proprie conclusioni).

Ogni personaggio ha in questo romanzo il suo doppio. Svolazza Beltempo, la strega tessitrice, ha nell’orchessa Nana il suo contrappunto; Sofia, la madre dei bambini, è il lato operoso , tormentato e inquieto della Sovrana; Chiara e Pietro, i bambini del vetraio, sono per gli adulti del romanzo la metà di un intero non ancora definito, sono vasi di coccio fragili, sono desideri svuotati, sono bambole (Pietro che fa rima con vetro e Chiara perché trasparente come il vetro); il corvo Savio, fedele compagno di Svolazza Beltempo, ha il suo corrispettivo in Mimì, il pappagallino di Nana. Anche il mastro vetraio ha nel Sovrano un suo doppio formidabile.

In questo scambio continuo di rimandi e di coppie perdute nel bosco della trama (elemento tipico del fiabesco, ripreso anche da Shakespeare in  “Sogno di una notte di mezza estate” o da Italo Calvino ne “La foresta radice-labirinto”) il centro, la chiave di volta è certamente Svolazza Beltempo, la figura più interessante di tutto il libro, la Baba Jaga, la Signora Trude, la Frau Holle, di Maria Gripe, la portatrice di luce e l’abile tessitrice di tappeti nel cui ordito si possono leggere i destini degli uomini (il tappeto come metafora dell’esistenza).

E figura altrettanto interessante è il suo corvo Savio che ha perduto l’occhio della notte, l’occhio che gli consente di vedere il male e le ombre. Animale fortemente connotato a livello simbolico, il corvo porta con sé immagini duali: è emblema di saggezza e preveggenza, ma anche simbolo di morte e distruzione. Le sue peculiarità lo fanno animale solare e notturno al tempo stesso. Nella mitologia norrena, così vicina all’immaginario di questo romanzo e a Maria Gripe, Huginn e Muninn sono i corvi associati al dio Odino. Essi viaggiano per il mondo portando notizie e informazioni al loro padrone. I nomi Huginn e Muninn significano pensiero e memoria.

Pensiero e memoria, oltre a desiderio e perdita, sono gli altri due poli che, in un gioco continuo di attrazione reciproca, orientano la trama del romanzo. Per questo la figura di Svolazza Beltempo è necessaria: Svolazza ha tutte le caratteristiche di Perta, Signora del mondo di sotto, benevola e terribile al contempo. Disturbarla non è bene e va interpellata solo in caso di reale necessità. In Maria Gripe diviene personaggio completo e straordinario, di una potenza quieta, personificazione del mistero e della vita stessa. Una figura misteriosa che attraverso i tappeti e i disegni che lei stessa inventa sa leggere il destino degli abitanti di quel paese. Una figura liminare tra il buio e la luce, tipica dell’immaginario nord-europeo. Una figura né buona né cattiva (a differenza delle nostre streghe che sono del tutto malvagie) e, per questo, personaggio ambiguo.

Attraverso Svolazza Beltempo la fiaba appare nel romanzo “I Figli del mastro vetraio” in tutto il suo splendore.”

Infine, se non bastasse questo meraviglioso equilibrio tra due generi così magnificamente intrecciati per invogliarti a leggere il libro di Maria Gripe, ci si potrebbe a lungo soffermare sulla valenza profonda della città dei desideri e sulle figure dei bambini. Pur essendo stato scritto nel 1964, Maria Gripe ci riporta un’immagine d’infanzia quanto mai attuale: dall’essere voluti per capriccio ad essere affidati ad un’istitutrice capace di annichilire qualsiasi slancio; dall’essere il centro del mondo all’essere dimenticati. Pietro e Chiara si pongono alla nostra attenzione con una forza senza precedenti,
portando nelle nostre vite un’inquietudine meditabonda. Un romanzo capace letteralmente di stregare adulti e bambini lasciando a ciascuno il proprio attraversamento, così come vale per la più antica delle fiabe.

Questo libro, peraltro, ha (come tutti i libri di Iperborea) una cura particolare nel testo stampato: una font molto gradevole e ariosa e una spaziatura tra il testo e il bordo della pagina molto comoda per sorreggere il libro mentre leggiamo.

Spero di aver mosso la tua curiosità e di averti attratto dentro le pagine di questo racconto intenso e bellissimo, augurandoti di mettere il naso tra le pagine e di completare la lettura per trovare bambini rapiti, desideri non realizzati, la frustrazione del mastro vetraio, un bosco, un sentiero e una città dei desideri.

Lasciato libero potrebbe portare ad attraversamenti profondi del bosco. Forse si muoveranno i sogni.

Fuoco fatuo

fiamma leggera

luci ed ombre

sul far della sera.

Il focolare è pronto

e si tinge di blu

se adesso hai paura

ne avrai di più!

Per quale età? Direi, dai 12 anni.
Ahimè…Nessun ahimè… è perfetto così.

Appoggiare sul tavolo dei nostri giovani lettori un romanzo come questo significa essere degli adulti saggi, che sanno stare dalla parte del mistero.

Allora, non mi resta che augurarti buone letture perturbanti.

A presto…

Puoi leggere questa storia in compagnia di questo brano musicale:

Immagine di Patrizia Lalli

Patrizia Lalli

Da bambina trascorrevo spesso il mio tempo ascoltando i racconti della Grande Guerra cullata dalla voce dei miei nonni; ore e ore immersa nel suono delle parole. Quando ho imparato a decifrare quei segni neri sulla carta, mi deliziavo ad ascoltare il suono della mia voce che leggeva in un pollaio a galline e conigli. Si, avete capito bene… Poi sono cresciuta… e l’amore per le storie e gli animali non mi ha abbandonata.

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